Il letto di Tracey Emin
Un’artista pubblica, una donna che ha lavato in piazza i panni i sporchi, che si è esposta in maniera totale, offrendo al pubblico la propria persona, rivelando passioni, paure e sentimenti segreti, che ha ricamato sulla stoffa il dolore delle violenze subite da bambina e che da ragazza esuberante e terribile ha sempre opposto l’ironia e la sua disarmante frontalità alle incomprensioni del mondo.
Oggi a quasi cinquant’anni Tracey Emin è davvero affermata, uno dei personaggi di punta di quella generazione di artisti inglesi saliti alla ribalta negli anni novanta e che tra scalpore e provocazioni si sono guadagnati un posto in Paradiso, ma non è stato sempre così.
Nelle sue installazioni di stanze private e camere ricostruite, nei suoi patchwork teneri e crudeli dai colori variopinti ha rivelato i passi più intimi della propria biografia, scrivendo frasi offensive o invettive personali, con la tecnica rassicurante e familiare dei cuscini o le coperte della nonna.
Nell’opera presentata al Turner Prize del 1999, ha cucito all’interno di una piccola tenda da campeggio, tutti i nomi delle persone che avevano dormito con lei, tra familiari, amici e amanti a partire dal 1963 (data della sua nascita a Londra, da madre inglese e padre turco).
Negli ultimi tempi i toni spesso rabbiosi delle sue poesie o delle sue pagine di diario realizzate con la stoffa si sono smorzati e addolciti, segno che la maturità di questa sfrontata e struggente artista le ha regalato una nuova, riconquistata serenità
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