Si chiama Street Art perché la sua casa e la sua galleria d’esposizione è la strada.
Un mondo infinito da popolare con il proprio segno e la propria creatività, un territorio “franco” (anche se a volte si rischia l’arresto per atti vandalici) in cui esprimere se stessi e donare gratuitamente agli altri, ai passanti che si trovano a transitare per caso, una personale idea di bellezza.
Certo la sola “arte di strada” che ci piace è quella delle periferie o dei luoghi seriali delle città, quella che a cominciare dai graffitisti americani degli anni ‘80 che avevano fatto della metropolitana il loro furtivo quartiere generale, intendeva sovrapporre l’arte al degrado.
Oggi che quella gloriosa generazione è scomparsa, spazzata via dalle droghe, i temi dei nuovi writers, soprattutto quelli nostrani, si sono fatti meno provocatori, più ironici e giocosi, ma colpisce sempre il senso di un atto generoso che trova ispirazione in strutture esistenti e di nessun pregio, per creare piccoli incanti quotidiani.
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