Nella cittadina italiana esemplare si mescolano scritte in arabo e gemellaggi con Tucson, Arizona, Fast Food e vecchi caffè, infinite antenne televisive e il monumento ai caduti, i portici e i videogames.
Altre invenzioni specialmente ammalianti: due pareti a specchio che si separano, si aprono come un sipario, e rivelano una discoteca fantasmagorica, immensa, allarmante, un poco fabbrica e un poco aldilà; la luna rapita dal cielo, tenuta prigioniera in una cascina, e la gente che guarda quella luminosità argentea con incredulità, sgomento speranza, rivolgendole come a una divinità le suppliche del proprio dolore.
Ma il film ha pure il fascino della fiaba: ci sono la luna e il pozzo, una scarpetta argentata da Cenerentola, la nonna e la cappa del camino.
E c’è la nebbia, presenza costante in un’opera che racconta cervelli spariti, menti offuscate che non vedono più niente, che non sanno più distinguere, senza itinerario e senza ricordo.
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