I lavori di intreccio degli Indiani sudorientali rappresentano forse l’unica produzione artigianale mai interrotta dal passato preistorico ai giorni nostri.
La canna di fiume è la materia prima, tagliarla e lavorarla è difficile e faticoso, ma le donne non rinunciarono mai alla sua tipica lucidità in favore di materiali più flessibili e facili da trattare.
Anche l’abbondanza contribuì alla sua larga diffusione, perché per rifornirsene le donne non erano costrette a ricerche laboriose lontane dall’accampamento.
Per preparare le stecche, il fusto viene spaccato nel senso della lunghezza: se ne ottengono di solito quattro.
La lucida pellicola esterna è poi separata dalla fibra sottostante ruvida.
Infine, l’interno viene liberato da ogni residuo fibroso e tagliato per il lungo al fine di ottenere stecche di larghezza uniforme.
Le donne ricorrono a 2 tipi di intrecci: a scacchiera e in diagonale.
Le stecche vengono colorate con tinture vegetali:
estratte dal noce nero per il colore nero o scuro,
dalle radici di sanguinaria per il colore rosso o arancio,
dalle radici di pino per il giallo.
Vengono arricchiti con grandi varietà di disegni geometrici o curvilinei che formano quadrati, triangoli, rombi e croci.
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