In un paese multietnico come l’Afghanistan, ciò che un candidato indossa conta quanto ciò che dice.

Ha l’abbigliamento più multietnico.
Indossa spesso il salwar kameez, una camicia lunga fino al ginocchio sopra pantaloni ampi – abito comune fra gli afgani. Vi unisce due accessori tipici delle minoranze del Nord (tagiki, uzbeki, turkmeni): il chapan, un mantello di seta, spesso a righe, e il karakul, un cappello rigido di lana di pecora.
Ma quando va al Sud indossa il longi di Kandahar, un turbante nero di seta.
E se vuole sottolineare i legami con l’Occidente mette una giacca nera.

Oftalmologo, è stato una figura centrale nell’Alleanza del Nord che cacciò i talebani nel 2001 e poi ministro degli Esteri.
Predilige giacca e cravatte italiane, ma tra i tagiki della vallata del Panjshir e della regione di Badakhshan (i suoi principali sostenitori) indossa il salwar kameez e il pakol, cappello tondo di lana emblema dei mujahedin durante la jihad A volte gioca con le sue radici multietniche e accoppia chapan e longi.

Per controbilanciare i tanti anni passati all’estero (laurea alla Columbia University, ha lavorato per la Banca Mondiale e solo dopo l’11 settembre è tornato in Afghanistan diventando ministro delle Finanze) indossa spesso abiti locali: di solito un salwar kameez bianco con un gilet a V.
Se si trova tra pashtun, aggiunge il turbante.
Ma nel rivolgersi all’elettorato di Kabul, torna agli abiti da uomo occidentali.
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